Dopo due mesi di programmazione free su Cubovision.it (per un totale di visualizzazioni che ha superato quota 10.000) e dopo la vittoria come miglior film italiano al Riff 2013 (e la menzione speciale al Bozner Filmtage 2013), AQUADRO, opera prima di Stefano Lodovichi scritta a quattro mani con il sottoscritto torna online, su Raicinema Channel, canale dedicato del portale Rai.tv. Per la visione del film, basta cliccare QUI

Ecco una recensione tratta dal blog CINECLASH

Aquadro è un film che nasce per il Web. Uno di quei progetti che tenta di aggirare la crisi profonda in cui è immerso il sistema produttivo-distributivo del nostro Paese, rinunciando alla sala per ricercare nuove forme di veicolazione che possano garantire al cinema italiano una visibilità maggiore rispetto a quella – piuttosto ridotta – dei circuiti festivalieri. Aquadro è soprattutto un film giovane. Non solo – e non tanto – perché getta il proprio sguardo sull’universo giovanile, tentando di comprendere quelle che sono le dinamiche relazionali della nuova generazione di adolescenti, ma soprattutto perché è pensato, progettato e realizzato da un cast tecnico e artistico la cui età media si aggira intorno ai trent’anni: dall’esordiente regista ventinovenne Stefano Lodovichi, al coetaneo sceneggiatore Davide Orsini, fino ai poco più che ventenni attori protagonisti Maria Vittoria Barrella e Lorenzo Colombi.
L’adolescenza dicevamo. Ma mi chiedo immediatamente: Aquadro è davvero un film che pone al centro del proprio interesse l’adolescenza in quanto tale? E’ assolutamente innegabile la presenza di alcuni riferimenti espliciti all’età dei due protagonisti Amanda e Alberto, entrambi sedicenni, così come è innegabile la connotazione anagrafica che porta con sè la cornice entro cui prende forma la loro storia d’amore: una gita scolastica. Eppure, nonostante questo, si ha continuamente la sensazione che la vicenda dei due protagonisti sia sottoposta all’azione di una forza centripeta che la comprime, isolandola da contesti generazionali che – forse – avrebbero finito per replicare quel fastidioso “effetto Muccino” che da tanti anni affligge il nostro cinema, e che ha poi trovato nel filone “mocciano” una sua (in)degna linea di continuità. Per fortuna Aquadro sfugge a questa infelice sorte.
L’effetto di questa forza – e la sua stessa esistenza – è rinvenibile solo a partire da un dissezionamento del film che ci consenta di considerare separatamente alcuni aspetti che lo caratterizzano. Iniziamo col constatare il fatto che le “presenze” all’interno del film che possono assurgere allo statuto di “personaggi” si contano sulle dita di una mano e sono esattamente tre: Alberto, Amanda e Barbara (la migliore amica della protagonista), alle quali si può – e forse si deve – aggiungere un’ulteriore presenza “virtuale”, quella di Nanà, una ragazza con la quale Alberto intrattiene una relazione a pagamento in webcam.
Da questa prima constatazione ne scaturisce immediatamente una seconda: l’assenza di un reale contesto familiare e/o scolastico che si proponga come reale termine di confronto con il ristrettissimo nucleo appena indicato. E questa mi pare essere, probabilmente, la scelta più significativa nel favorire (e forse persino nel determinare) il decentramento della “questione adolescenziale”, escludendo a priori la possibilità di alcuni escamotage narrativi (primo tra tutti lo stereotipato “scontro generazionale”) che avrebbero inevitabilmente spostato il fuoco dell’attenzione verso la divergenza di visioni che sarebbe derivata dalla presenza di personaggi adulti.
La visione è invece fortemente ancorata a quel nucleo centrale di personaggi in un modo quasi ossessivo, che finisce per decontestualizzare l’intera vicenda e trascinarla fuori da ogni coordinata temporale. Si pensi per esempio – e questa potrebbe essere una terza constatazione all’interno della nostra analisi – al registro espressivo dei personaggi e al loro comportamento, che li rende quasi anacronistici rispetto a quei sedici anni che segnano la loro età anagrafica.
Ma allora, una volta individuati i tratti salienti di questo contesto tanto staccato da una qualsiasi forma di realtà materiale, viene da chiedersi: su cosa poggia Aquadro? E quali sono le motivazioni che possono giustificare una simile impostazione?
Ebbene, a mio parere Aquadro muove da un elemento diegetico (l’ossessione di Aberto per la “virtualità”, per l’immagine filmata o fotografata, il suo essere sospeso tra una vita fatta di corpi e una fatta di schermi) per interrogarsi su quella che potremmo definire una riconfigurazione dell’individualità (e della soggettività) all’interno di un panorama mediale che ha profondamente modificato il nostro modo di relazionarci (anche da un punto di vista sentimentale/sessuale) agli altri, fino al punto da ridefinire drasticamente i parametri della nostra visibilità (come scoprirà a sue spese Amanda).
E all’interno di questa struttura trova senso la significativa sequenza d’apertura in cui la protagonista impara a mettere un assorbente interno guardando un tutorial su YouTube, quasi a voler traslare da subito una situazione intima all’interno di un confronto dialettico tra realtà materiale (fisica, corporea) e presenza virtuale (l’immagine sullo schermo).
Aquadro dimostra dunque di saper veicolare spunti di riflessione interessanti, e di fondare la propria struttura su una precisa idea di “contemporaneità” che emerge con assoluta precisione. Tutto questo riesce a ridimensionare l’incidenza di qualche piccolo “scricchiolio” che incrina la solida struttura sin qui delineata, ma che non può che essere ampiamente giustificato nell’economia complessiva di un’opera prima. Talvolta, forse, le immagini avrebbero potuto parlare di più, sottraendo peso e spazio a quelle situazioni e/o dialoghi che sembrano rivolgersi allo spettatore con un “ora ti spiego”, come accade per esempio quando la forza visiva della enorme scritta “A2” sulla vetrata della scuola viene neutralizzata (o quantomeno ridimenzionata) dalla sequenza immediatamente successiva che sembra volerci “spiegare” – per l’appunto – l’accaduto. Si sarebbe potuto optare, inoltre, per un uso meno invasivo della musica, lasciando spazio a rumori e silenzi che talvolta avrebbero saputo raccontare molto più di quanto non facciano alcuni pezzi di puro accompagnamento.
Ciò non nega, tuttavia, la riuscita di un’operazione coraggiosa, che ha saputo trovare nel Web uno spazio per poter sperimentare, e anche per poter sbagliare eventualmente, senza la pressione del Grande Schermo che, a fronte delle sue dimensioni, non sempre sa farsi garante di una visibilità che il cinema italiano deve ritrovare.

E voi che ne pensate? Buona visione