Parlo ancora di Aquadro, perché ovviamente spero di creare un po’ di rumore intorno a questo film, un po’ d’interesse per la storia e i personaggi.

Online è sempre più facile reperire materiale pornografico girato da minorenni che emulano i beniamini del web a luci rosse senza (forse) una reale consapevolezza di ciò che fanno. Sono numerosissimi i casi analoghi a quello che raccontiamo in A2 in cui scuole, cinema, autobus, diventano set di scene hard, e in cui ragazzi, sempre più alla ricerca di un loro ruolo (inteso proprio come character), si mostrano in performance alla ricerca dello spettacolo, dell’intrattenimento fine a se stesso.
Questo film racconta di due ragazzi normali e di un tradimento, di una storia che danza in bilico su un filo: quello teso tra l’amore e la dipendenza, tra il puro e l’impuro, tra il giusto e lo sbagliato. Tutto il resto è la cornice (ormai normale e quotidiana) dell’Italia di oggi, in cui l’inconsapevolezza dei ragazzini permette loro di condividere con una indecifrabile (e potenzialmente infinita) platea di sconosciuti dogmi e aspetti della propria maturazione psicosociale e sessuale. Le storie di vite rovinate dall’abuso della tecnologia e dai suoi deflagranti danni potenziali sono all’ordine del giorno e sono storie crude e amare: basti ricordare il caso di Chiara da Perugia del 2005: un’intera famiglia che ha dovuto cambiare città, regione, paese; una vita e un’adolescenza segnati per sempre per colpa di un filmato e un pregiudizio: se una ragazza fa sesso a quindici anni è una sgualdrina. E non sono solo gli adulti a pensarlo, ma i tuoi coetanei, i tuoi compagni di classe, i tuoi amici. Perché la tecnologia, che lo ammettiamo o no, ha cambiato il modo di pensare e di comportarsi dei ragazzi.

Il cinema non ha affrontato il problema, mentre ogni tanto escono articoli cone quello di Amanda T. (manco a farlo apposta la nostra protagonista si chiama proprio Amanda) o altri più generali sul sexting.

Il tema è caldo, e Aquadro sta arrivando.