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Non ci sono commenti. A parte che è un film meraviglioso. Vedere per credere.

TUTTI PAZZI PER AMORE e KEBAB FOR BREAKFAST sono due prodotti di fiction molto diversi tra loro, ma che ruotano entrambe intorno al desiderio di genitori single (con figli) di rifarsi una vita e creare una famiglia allargata.
Questo è il sottile filo rosso che unisce le due fiction, che in realtà scelgono approcci completamente opposti per indagare questo desiderio. L’italiana TUTTI PAZZI PER AMORE gioca sulla commedia sentimentale condita di personaggi eccentrici e buoni sentimenti, la tedesca KEBAB FOR BREAKFAST sul racconto di formazione e la convivenza interculturale.

Tutti pazzi per amore è una serie televisiva italiana trasmessa da Raduno a dicembre 2008, nella prima serata della domenica (con un doppio episodio).
La serie comincia con il trasloco del vedovo Paolo (Emilio Solfrizzi) e della sedicenne figlia Cristina in una nuova casa, al terzo piano di un palazzo in cui vivono anche le sue vecchie zie. Lui è un perito agrario, fan dei Matia Bazar e del modellismo, che ha cresciuto la figlia da solo durante gli ultimi sei anni (figlia venuta su bene: alternativa quanto basta, concreta, passionale e socievole). I due, causa trasloco e modi di fare alquanto spicci, attirano immediatamente l’antipatia dei vicini di casa, la separata Laura (Stefania Rocca) e i figli Emanuele (sedicenne anche lui) e Nina (di circa 10 anni, con tanto di amico immaginario di nome Filippo che cena sempre assieme alla famiglia). Lei lavora da pochissimo nella redazione di una rivista femminile, curando la rubrica della posta del cuore. È il primo lavoro da quando si è separata: prima si era dedicata solo ai figli (figli venuti su non proprio “centrati”: Emanuele è un paranoico igienista, primo della classe odiato da tutta la scuola; Nina dedica la sua tenera infanzia a parlare con un amico immaginario e a cercare un fidanzato per la madre).
Le due famiglie, pur non incrociandosi mai, si odiano tramite persiana. Eppure i due adulti non sanno che al di là di quella sottile parete vive la persona di cui si sono innamorati. È successo per caso al supermercato, quando si sono guardati per la prima volta, ed è risuccesso per strada, quando lui ha difeso lei in un contenzioso con un grosso energumeno per un parcheggio (contenzioso finito con il ko di Paolo, finito al tappeto steso da un pugno dell’energumeno). Alla fine del secondo episodio, dopo una cena romantica a lume di candela con tanto di sospirato bacio, i due scoprono di essere gli odiati vicini. Come comportarsi? Nonostante le amiche di lei e l’amico di lui predichino il “mai innamorarsi di un vicino di casa”, i due decideranno di seguire i sentimenti. Ma come faranno i figli, così diversi tra loro e già sul piede di guerra, ad accettare la loro unione?
Il tutto è raccontato tramite la commedia sentimentale che a tratti sfocia addirittura nel musical. Una commedia all’americana, più attenta alle dinamiche relazionali che al contesto culturale e sociale in cui è ambientata.

Kebab for Breakfast (titolo originale Türkisch für Anfänger, letteralmente “turco per principianti”) è una serie televisiva tedesca trasmessa per la prima volta in Italia da MTV nel 2007, caratterizzata dalla presenza di personaggi appartenenti a culture differenti.
La serie è narrata dal punto di vista di Lena, una ragazza sedicenne complicata e logorroica, che all’inizio della serie si trova a fare i conti con una vera e propria rivoluzione: la sua migliore amica Katy si trasferisce negli Stati Uniti, sua madre Doris (psicanalista separata, collezionista di fidanzati strampalati e poco durevoli) decide di ufficializzare il suo fidanzamento con il poliziotto Metin (vedovo e turco, con a carico due figli). E così Doris, Lena e il fratellino Nils si trasferiscono a Kreuzberg, il quartiere turco di Berlino, per formare con Metin, il figlio sedicenne Cem e la figlia quindicenne Yagmur una nuova famiglia.
Una famiglia con membri troppo diversi tra loro per convivere pacificamente: se Metin e Doris sembrano due cuori e una capanna, i figli sono in guerra aperta: Lena e Yagmur dividono la stessa stanza, ma non potrebbero essere più diverse. Lena è aperta, europea, laica e con tutti i turbamenti sentimental-sessuali di una ragazzina della sua età; Yagmur invece è una fervente musulmana praticante, con tanto di velo e preghiere quotidiane rivolta verso La Mecca. Niente sesso, baci e festini: per Yagmur l’unica cosa che conta è servire Allah, come sua madre prima di morire. Come può non scontrarsi con Lena, cresciuta con una madre ultra-permissiva e assolutamente non religiosa?
Il conflitto è esteso a tutta la famiglia, e si può generalizzare dicendo la famiglia rappresenta bene le dinamiche conflittuali tra turchi (la comunità turca in Germania è la più numerosa d’Europa) e tedeschi. La commedia riesce a mettere alla berlina vizi e virtù di entrambi, raccontando come, attraverso la pacifica fusione tra le due culture, si possa essere migliori. E così Lena impara da Yagmur come le regole possano essere importanti per la propria crescita e Yagmur impara da Lena che troppe costrizioni ti impediscono di esprimerti come individuo. Cem impara dai tedeschi la parità dei sessi, Doris impara a rispettare le scelte di altri che non la pensano come lei. E così via.

La forza di KEBAB FOR BREAKFAST sta nel non fermarsi alla superficie delle cose, ma di inserire i suoi personaggi in un contesto sociale molto ben delineato. La personalità di ogni personaggio viene raccontata grazie alle dinamiche sociali e ambientali con cui si trova a convivere. Il confronto tra le due culture della famiglia (i turchi da un lato, i tedeschi dall’altro) non crea personaggi monolitici, utili solo per “rappresentare” i due mondi, ma è una spinta propulsiva per raccontare dei personaggi che hanno forti credenze o convinzioni, costretti a fare i conti con la convivenza e la vita di tutti i giorni.
TUTTI PAZZI PER AMORE, invece, preferisce giocare con lo stereotipo, non riuscendo a calare i suoi personaggi in una realtà vera e tangibile. Come se volesse raccontare una favola di buoni sentimenti, prendendo in prestito (sic!) quello “stile Amelie” che ormai ha straripato ovunque: protagonisti buoni che si sfiorano, ma non hanno il coraggio di toccarsi; selva di personaggi eccentrici che aiutano i protagonisti ad esprimere i propri sentimenti, una Roma da favola dove gli ingorghi non esistono e le persone si incontrano per strada come se abitassero a Castel Gandolfo. Per non parlare dei numeri da musical (in playback!) che ogni tanto irrompono nella fiction come dei pugni nello stomaco (epocale l’esibizione di Solfrizzi in “sono un ragazzo fortunato” di Jovanotti, con tanto di danza semi-tribale con tre donnone di colore, sgargiantemente vestite). Purtroppo dello “stile Amelie” è rimasto solo il tentativo e non c’è un briciolo di quella leggerezza e poesia che rende quel film unico e inimitabile.
Ma gli “omaggi” ad altri prodotti non finiscono qui: i protagonisti che non dicono quello che vorrebbero dire (ma se lo immaginano: Scrubs docet), i figli che finiranno per innamorarsi tra loro (Los Serrano, rifatta in Italia col titolo I CESARONI dallo stesso produttore della serie, Carlo Bixio, che quindi si auto-omaggia); le amiche della protagonista che elargiscono consigli alla Sex and the City e Desperate Housewives.
Se un personaggio non è eccentrico (di un eccentricità fine a se stessa, non certo figlia dei tempi che corrono) non è degno di essere raccontato: la lezione di quotidianità di UN MEDICO IN FAMIGLIA sembra esser stata abbandonata. I figli sembrano vivere in un’ovatta fuori dal mondo: dove sono i problemi veri, quelli che vivono i ragazzi di oggi? Davvero è necessario raccontare un sedicenne igienista che non può mangiare gli alimenti nello stesso piatto? O considerare “le canne” come il male assoluto che può capitare a dei ragazzi? Eppure i ragazzi di Skins se ne fumano a quintali, ma non sembrano soffrire per quello, ma per motivi ben più seri. Possibile che i conflitti tra genitori e figli esplodano solo perché non si riesce ad accettare che un padre vedovo e una madre separata si innamorino di nuovo?
In KEBAB FOR BREAKFAST il conflitto genitori-figli affonda le radici nello stesso terreno, ma i rami crescono molto più in alto: se per Lena, Nils, Cem e Yagmur accettare che i rispettivi genitori stiano insieme è difficile, certo non è solo per una “nostalgia” dei tempi che furono. Ci sono differenze abissali da colmare, e non solo tra i poli opposti della famiglia, ma anche tra genitori e figli: Metin, ad esempio, è un padre buono e comprensivo, ma vive l’Islam in maniera molto più “easy” di sua figlia Yagmur. Per questo motivo i due rischiano di allontanarsi ancora di più quando Metin ufficializza il rapporto con Doris, la “peccatrice”. Metin si trova tra due fuochi: appoggiare le scelte della figlia (paradigmatico l’episodio in cui Metin, goloso per natura, accetta di rispettare il Ramadan per sostenere Yagmur) o preferire lo stile di vita di Doris, la sua attuale compagna. Tuttavia anche tra fratelli il rapporto non è idilliaco. Cem è il ragazzo sensibile che si nasconde sotto la scorza del bullo, molto più interessato ad integrarsi (mantenendo della sua cultura solo gli aspetti più “machi”) che ad essere un musulmano duro e puro come sua sorella Yagmur.

Per questo mi sento di intitolare quest’analisi TUTTI PAZZI PER IL KEBAB. Perché se solo potessimo osare di più e non dimenticarci che viviamo in un mondo reale, fatto di problemi reali e di persone vere, forse riusciremmo a scrivere anche delle favole migliori, e non dei compendi dolciastri e superficiali sull’amore a tutte le età.    

locandina

Ieri mi sono fatto una maratona cinematografica davvero imprevedibile: ho cominciato con IL PASSATO E’ UNA TERRA STRANIERA, ho finito con TROPIC THUNDER.
Fermo restando che li consiglio entrambi (per motivi diversi), voglio dedicare qualche minuto al nuovo film di Daniele Vicari.
IL PASSATO E’ UNA TERRA STRANIERA è la degna conclusione di una personale trilogia del regista (cominciata con VELOCITA’ MASSIMA e L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI) incentrata sull’amicizia maschile. Quest’ultimo lavoro è sicuramente il più dark, dove Vicari esplora i limiti, i punti di non ritorno di un’amicizia. Come l’incontro con una persona possa far esplodere il male nascosto in ognuno di noi. E lo fa con la solita cura nel non schierarsi, filmando azioni che nascono in maniera imprevedibile, come imprevedibile è la nostra natura.

Cerchiamo di indagare il mistero CRIMINI BIANCHI, fiction TaoDue prodotta da Valsecchi che indaga su casi di malasanità e attacca la “casta” medica.
Questa fiction controversa è stata punita dagli ascolti (realizzando nelle prime 2 puntate lo share del 13% su canale 5) e verrà spostata in seconda serata su Italia1 da lunedi 20 (dopo grey’s anatomy). Una bocciatura che viene dal pubblico, che non ha proprio voluto saperne.
Perchè?
A parte qualche critica eccellente che rivendica la stupidità del pubblico e della televisione, la maggior parte della critica è schierata contro il prodotto.
“Non sembra essere una questione di categoria, tutti gli impiegati nel Sistema Sanitario si sentono in qualche modo danneggiati: professori ordinari, associati e a contratto di varie università, dirigenti ospedalieri, primari, specialisti, medici di famiglia e infermieri, ma anche malati, avvocati e semplici cittadini hanno sottoscritto una lettera nella quale si legge chiaramente che “… da diverso tempo una delle reti Mediaset sta conducendo un attacco ininterrotto al Servizio sanitario pubblico, diffondendo cifre e dati allarmistici sui cosiddetti errori medici, affidando a conduttori in cerca di facile consenso il compito di criminalizzare gli operatori sanitari, confondendo malasanità e malpractice e creando in definitiva un clima di paura, di tetro giustizialismo e di sfiducia verso la sanità pubblica” (leggi tutto).
Parlando in termini drammaturgici, la necessità di costruire una detection ben fatta (alla RIS) mette in secondo piano la malasanità trasformando i medici in criminali efferati. il pubblico non può che rifiutare questa visione del medico, il cui rapporto in una società civile si fonda sulla fiducia. Inoltre i personaggi sono davvero scritti male, vagano alla ricerca di verità ossessive virate seppia (e qui si entrerebbe nella disamina registica, che è meglio non toccare).

Carissimi naviganti smarriti nel mio blog,
scusatemi se non mi son più fatto vivo. Due mesi e mezzo di relax estremo tra le montagne abruzzesi senza internet mi hanno isolato dal mondo (a parte una settimana di pizziche e tarantelle nella magica terra del Salento, ma lì che ci vado a fare su internet???)
Da oggi il blog ha un nuovo look (ma non ho cambiato quasi niente, mi piace così com’è), e siccome stiamo per sfondare le 30.000 visite vale la pena ricominciare a scrivere.
La novità è che da giugno frequento il Centro Sperimentale di Cinematografia, sede Lombardia.. Mi sono votato al Lato Oscuro della Forza, così affronto il corso di creazione e produzione di fiction televisiva.
Quindi aggiungo una nuova pagina del blog, dedicata alle serie tv, sperando che bissi il successo de i migliori film dell’anno 2007-2008 (a proposito: naturalmente questa pagina sarà aggiornata al 2008-2009).
Anche i post saranno più mirati all’analisi della fiction, soprattutto italiana e americana (anche quella italiana ha una sua dignità, che spero nel mio piccolo di poter dimostrare).
Buona navigazione!

Le campane suonino a morto: è morta la giustizia.

( da La Repubblica del 16 luglio 2008 )
Non era la “punizione” degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un “campo” dove esseri umani – provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali – possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative. Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”. Agli uomini, “sei un gay o un comunista?”. Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C’è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un “trauma testicolare”. C’è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”.

C’è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello.

Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. Percuotono S. D. “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano.

J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere – tranne che in un caso – l’inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo.

Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l’ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere – contro i custoditi – atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 “fermati” e 252 arrestati.

È questo “stato delle cose” che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene “esemplari”, come si dice. Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo – in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione.

Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico.

Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti – governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune – di archiviare il caso come un imponderabile “episodio” (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa “degli altri”. Il processo doveva evitare che quel “buco” permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell’autentica posta del processo fin dal primo momento. “Bolzaneto è un “segnale di attenzione”", hanno detto. È “un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell’uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere”.

I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l’ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l’attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, “tutto è possibile”. Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che “bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi”. È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato.

Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato “gli atti di tortura”, “i comportamenti crudeli, disumani, degradanti”. E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c’è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati – dove i corpi vengono rinchiusi – dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto).

L’invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti – e soprattutto le istituzioni – a guardarsi da ogni minima tentazione d’indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d’eccezione che lasciano cadere l’ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell’orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell’epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella “posizione del cigno” contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne.

“Bolzaneto” è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della “sicurezza”, dell’”ordine pubblico”, del “pericolo concreto e imminente”, della “sicurezza dello Stato” si potesse configurare un’inattesa zona d’indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio.

Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un “diritto di polizia” che prevede – anche per i bambini – lo screening etnico, la nascita di “campi di identificazione” che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il “campo”. Avverte che in questi luoghi “fuori della legge”, dove le regole sono sospese come l’umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana.

Dopo i grandi film d’autore come GOMORRA, IL DIVO e altri che hanno inzeppato le sale cinimetografiche per noi cinefili, è arrivato il caldo, l’estate. E quindi la voglia di vedere film più leggeri, delicati, divertenti. Fuggendo naturalmente da Vanzina e la sua estate al mare, suggerendovi ONCE a scatola chiusa, mi permetto di consigliarvi un piccolo gioiellino, che completa un piccolo percorso straordinario di Michel Gondry, regista dei precedenti ETERNAL SUNSHINE OF A SPOTLESS MIND (Se Mi lasci, ti cancello) e L’ARTE DEL SOGNO.
BE KIND REWIND (come al solito i traduttori italiani hanno storpiato il titolo originale con il pessimo GLI ACCHIAPPAFILM) letteralmente significa “si prega di riavvolgere le videocassette” e racconta una bizzarra storia ambientata in un piccolo videonoleggio di vhs. aldi là della trama, quello che impressiona è l’incredibile fantasia, creatività e cuore che Gondry riesce a infondere nei suoi film. Dopo l’amore e il sogno, Gondry affronta il tema della creazione, della fantasia e del gioco, capaci di diventare cinema e di arrivare al cuore della gente. Senza fare un film metacinematografico, riesce a raccontare l’essenza del cinema, la sua purezza e la sua vera forza. Sottolinea come non siano effetti speciali, grandi attori, budget elevati a fare i film, ma come siano le persone e la loro creatività a far battere il cuore delle persone. Un piccolo film che tutti quelli che fanno cinema dovrebbero vedere di tanto in tanto, come promemoria.

che film magnifico! se il libro era un pugno nello stomaco, il film è una sprangata.
Se il libro era un lucido reportage in cui erano riportati fatti e statistiche raccapriccianti, il film è una tessitura di emozioni umane, un puzzle di sensazioni il cui sfondo è un ambiente soffocante, da cui non si scappa. c’è dannazione in Gomorra, non c’è speranza. Ancora più duro de “IL PETROLIERE”, perchè affonda le radici su qualcosa che ci è vicino ma che ci illudiamo che non ci riguardi. E perchè non è un apologo, ma è la realtà.

Stasera andrò a vedere GOMORRA e poi in settimana IL DIVO.
I due film che hanno riportato alla ribalta il cinema italiano a Cannes, capaci di emozionare e raccontare la storia politica e sociale di questo bel paese.
Voi lo avete visto? Che ne pensate?

Ancora un grazie al blog di Antonio Genna per le informazioni puntuali sui serial tv americani, che riporto pari pari:

Questo numero speciale, in occasione degli ultimi giorni della stagione televisiva statunitense 2007/08, propone un riepilogo, giorno per giorno, dei finali di stagione delle serie e sit-com dei principali canali, ricordando – se già noto – quando il finale coincide con la conclusione della serie o sit-com. Come di consueto, le serie sono indicate con i titoli italiani se diversi dai titoli originali.

Giovedì 8 maggio 2008
Scrubs (NBC) — finale stagione 7 – il prossimo anno la sit-com prosegue su ABC
30 Rock (NBC) — finale stagione 2

Domenica 11 maggio 2008
Brothers & Sisters (ABC) — finale stagione 2

Lunedì 12 maggio 2008
Samantha chi? (ABC) — finale stagione 1
Medium (NBC) — finale stagione 4

Martedì 13 maggio 2008
Women’s Murder Club (ABC) — finale stagione 1
Law & Order: Unità speciale
(NBC) — finale stagione 9

Mercoledì 14 maggio 2008
‘Til Death (FOX) — finale stagione 2
Back to You (FOX) — finale stagione 1

Giovedì 15 maggio 2008
C.S.I.: Scena del crimine (CBS) — finale stagione 8
Senza traccia (CBS) — finale stagione 6

ER – Medici in prima linea (NBC) — finale stagione 14

My Name is Earl (NBC) — finale stagione 3 (episodio doppio)
The Office (NBC) — finale stagione 4 (episodio doppio)

Smallville (CW) — finale stagione 7
Supernatural (CW) — finale stagione 3

Lil’ Bush (Comedy Central) — finale stagione 2

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